Editoriali

l’Adige, 09.04.2015

Trilinguismo, la vera innovazione

Come ogni vera riforma anche l’introduzione del trilinguismo nelle scuole trentine fa discutere. Selezionando su questo i sostenitori del pro e del contro. Entrambi dotati di legittime, opposte, motivazioni.
Io non ho esitazioni nel definire l’introduzione del trilinguismo una delle vere grandi innovazioni introdotte da questo governo provinciale e dalla sua maggioranza. La mia convinzione trae origine da una serie di considerazioni che hanno a che fare con la costante e progressiva evoluzione dell’Europa, del mondo, dei tempi.
Un’evoluzione che interpella prepotentemente il Trentino, terra di convivenza e ponte tra lingue e culture diverse, terra transfrontaliera, così riconosciuta dal Governo italiano e dall’Europa dentro il quadro istituzionale dell’Euregio.
Terra che condivide con il Land Tirol e il Südtirol l’appartenenza all’arco alpino, simili interessi economici, peculiari progetti di sviluppo, importanti relazioni culturali.
Terra che, esige, sia messo a fattor comune un veicolo, se non «il» veicolo, della reciproca conoscenza, la pratica della lingua dell’altro, e non solo del più vicino.
Lo strumento che più di ogni altro permette di compenetrare gusti e aspirazioni, di capirne origini e culture, di condividere speranze e progetti di futuro.
È in questo senso che la pratica della lingua dell’altro anima il progetto di un Trentino trilingue.
Quasi a sfatare l’idea di un’Europa solo luogo di vincoli (di bilancio, di norme, di regolamenti) oppure di spericolate strategie finanziarie, per abbracciare quell’Europa «unità di molte differenze», foriera di opportunità per ciascuno di noi, in termini di crescita economica, esperienziale, umana, professionale.
Quell’Europa amica del presente e del futuro dei suoi cittadini, luogo delle relazioni possibili tra genti di lingue e culture diverse, luogo del viaggio, della conoscenza, della scoperta, sede allargata di lavoro e di studio, continente «vecchio» nella geografia mondiale, ma «nuovo» nella scoperta delle sue potenzialità ancora non espresse.
A quell’Europa, al Fondo Sociale Europeo afferente la programmazione in materia di istruzione fino al 2020, il Trentino si è rivolto strutturando un corposo progetto, denso di contenuti e articolato negli strumenti, ottenendo un finanziamento di circa 36 milioni di euro per l’introduzione del trilinguismo come pratica di insegnamento trasversale.
Molte voci si sono alzate per dire che quei soldi si possono investire diversamente, anche nella scuola. Portando all’attenzione le strutture, a volte carenti o insufficienti (a detta di chi, forse non sa, che il Trentino gode di una delle migliori performance nazionali per adeguatezza, conformità, sicurezza delle strutture scolastiche). Ma in parte dimenticando che la scuola, quella con la S maiuscola, si sostanzia di un’offerta formativa adeguata, capace di formare cittadini e cittadine forti, competenti, poco esposti ai fenomeni di esclusione e marginalizzazione drammaticamente presenti ai nostri giorni.
Una recente indagine prodotta dalla Commissione Europea ci racconta che nove cittadini dell’Unione europea su dieci ritengono che la capacità di parlare più lingue straniere sia estremamente utile, e che il 98% dei genitori considera la padronanza delle lingue positiva per il futuro dei loro figli.
Forse questa indagine è un di più rispetto al percepito di chi, come tutti noi, ha quotidianamente a che fare con un mondo sempre più piccolo e interconnesso, con le distanze geografiche dimezzate da veloci ed economici trasporti, con figli che già a sedici anni sono curiosi del mondo, e ti chiedono di poter fare un’esperienza di vita all’estero, per conoscere culture diverse, imparare una lingua, diventare autonomo, crescere.
O per quei genitori della «generazione Erasmus» che accanto alla titubanza del distacco dai loro figli nutrono legittimo orgoglio nel raccontare: «sai che è a Madrid, o a Berlino, Lisbona, Parigi? per arricchire i propri studi universitari?». Investire sulla formazione delle giovani generazioni è, per chi governa, azione lungimirante ed opportuna. Soprattutto per chi governa un’Autonomia che, fonte quotidiana di ingiustificati attacchi, si sostanzia se, e solo se, sa scommettere su ciò che «altrove ancora non c’è» diventando terreno di sperimentazione forte e innovativa. Un’Autonomia consapevole che non il suo bilancio, ma la preparazione e la competitività del capitale umano che la abita ne rappresenta la ricchezza.
Un capitale che va formato a piccoli, grandi, progressivi passi, incoraggiato ad «uscire» per poi «rientrare» più ricco e capace di prima, sollecitato alla curiosità, all’innovazione, alla sfida.
Conoscere le lingue è il primo mattoncino da acquisire per «abitare» questo mondo. E i mattoncini, come nel gioco del Lego, hanno un diverso volume, proporzionato all’età. Si comincia dal «Duplo» per poi via via salire fino agli assemblaggi più complicati.
È questo un timido, e forse giocoso esempio, per «tradurre» il percorso formativo del trilinguismo. Un percorso che dia la possibilità ai bambini e ai ragazzi del Trentino di «abitare il mondo» indipendentemente dalle «possibilità» della famiglia di provenienza.
Abitare il mondo abitando sin da piccoli le lingue, stimola apertura, dialogo, e competenze.
Non nascondo le difficoltà della sfida. Che ha a che fare con la convinzione dei genitori della bontà della scelta, con la revisione dei programmi di studio, con la paura di «perdere» i percorsi formativi che tutti conosciamo e abbiamo apprezzato, con l’aggiornamento continuo degli insegnanti, con le conseguenti, difficili e legittime, trattative sindacali.
Una sfida per una comunità intera che non rinuncia a guardare avanti, sostituendo alla paura il coraggio del cambiamento.

 

Trentino, 15.06.2016

Una scuola che va oltre l’estetica

La semplificazione dettata dai “tempi moderni” è davvero incredibile. Galleggiando sulle notizie di stampa di questi giorni, parrebbe quasi che la riforma della scuola trentina – quarantasette articoli, venti soggetti auditi, sette sedute di discussione in Quinta commissione, cinque giorni d’Aula, decine di ordini del giorno – abbia avuto come fulcro l’introduzione o meno delle divise; e che il lungo dibattito, le fitte riunioni, finanche gli scioperi e le manifestazioni fermentati attorno ad essa, abbiano riguardato solo poche questioni, spicce e marginali.
Eppure la vera innovazione di questa legge non riguarda l’estetica e i grembiuli (peraltro confinati in un ordine del giorno che non impone proprio niente a nessuno), ma invece tocca l’etica della responsabilità, della valutazione, del merito nell’insegnamento. Come ho voluto sottolineare nel mio intervento in Aula, costitutivi di questo testo sono i termini «autonomia», «scelta», «responsabilità», «valutazione», «merito». Parole che a ben guardare altro non sono se non i caratteri del nostro tempo, concetti che non potevano e non dovevano rimanere ancora estranei alla scuola.
Di fronte a questi termini e alle implicazioni che vi sono connesse, si poteva reagire in due modi. Scegliendo un approccio che vedeva prevalere il disagio della discontinuità, la preoccupazione e forse anche la paura verso la novità; oppure con uno spirito che pur tenendo i piedi ben saldi a terra, decideva di abbracciare la necessità, il desiderio dell’innovazione, dell’avanzamento, della sfida.
Il Partito Democratico ha scelto questa seconda strada. E lo ha fatto pensando al senso ultimo del testo che voleva contribuire a migliorare e approvare: quello di formare ragazze e ragazzi che vorremmo possedessero le chiavi più adatte per accedere ad una vita che non fa sconti. Lo abbiamo fatto senza cavalcare battaglie o situazioni, lo abbiamo fatto – come partito e maggioranza di governo – prendendoci l’impegno di costruire, una parola alla volta, la massima sintesi possibile tra opinioni. Anche tra opinioni diverse, ma sempre all’interno di un quadro di obiettivi, valori, strumenti, che intendevamo e intendiamo invertire e praticare.
Il capitale umano che cresce dentro la scuola – una scuola intesa conce luogo di realizzazione e di costruzione di sé, dell’identità della persona non può che essere in costante relazione con la comunità nella quale vive, con la quale interagisce e nella quale opera. L’autonomia scolastica sulla quale molto si è scritto e detto – e, consentitemi, tanto anche a sproposito – non è affatto un’identità “impermeabile”, racchiusa nelle onnipotenti prerogative di un “leader educativo”.
E’ invece declinata come il diritto/dovere di ogni scuola di offrire una prerogativa di identità culturale e progettuale. Una possibilità alla quale corrisponde la presa di responsabilità di chi propone un progetto formativo qualitativamente elevato, competitivo e originale, differenziato fra scuola e scuola, che permetta a ragazze, ragazzi e famiglie di poter scegliere.
L’esercizio dell’autonomia è infatti soprattutto esercizio della responsabilità, ed è in questo senso che va letto anche il diritto di chiamata e di scelta del dirigente. Una prerogativa che non viene affidata a caso, ma dentro le maglie di un progetto educativo di istituto, condiviso, chiaro negli obiettivi, nelle metodologie didattiche, discusso con il collegio dei docenti.
Lo stesso dicasi per le modifiche apportate ai progetti di scuola-lavoro. Progetti che possono rappresentare una straordinaria palestra per i ragazzi per imparare a conoscere e riconoscere le loro inclinazioni, articolare le proprie competenze, per riconoscere ruoli e responsabilità. Occasioni di crescita che, per essere utili davvero, dovevano consentire a chi vi partecipa di toccare con mano la fatica della responsabilità, muovendosi lontano dall’ambiente protetto dell’istituto, e affacciati invece alle dinamiche del mondo esterno.
Ora è possibile, com’è possibile una maggiore contaminazione con le arti, con il mondo della cultura intesa come occasione lavorativa, professionalizzante e imprenditoriale.
L’elenco sarebbe lungo e potrebbe continuare. Dovrà continuare. Perché di questo è bene parlare. Non di divise e grembiuli che nessuno sceglierà mai di adottare.
Scommettiamo?

 

Adige, 28.11.2016

Referendum e Statuto, occasione unica

La riforma costituzionale rappresenta un passaggio di fondamentale importanza per il futuro della nostra autonomia. La riforma si inserisce in un contesto, quello dei rapporti tra lo Stato e le Regioni, sfibrato dalla grande conflittualità seguita alla riforma costituzionale del 2001, in cui il rapporto tra i livelli di governo è stato regolato più dalle sentenze della Corte costituzionale che non da una dialettica sussidiaria e collaborativa. Le novità della riforma per le regioni ordinarie riguardano soprattutto una maggior chiarezza nel riparto delle competenze con lo Stato, una riacquisizione da parte dello stesso delle competenze di livello territoriale superiore – come quella relativa alle reti infrastrutturali nazionali – e la possibilità di acquisire – per le sole Regioni con i «conti in ordine» – nuove competenze attraverso legge ordinaria, ampliando così i propri spazi di autonomia. Un’autonomia che le regioni ordinarie, anche a guida leghista, quasi mai hanno cercato di ampliare, relegando il federalismo a una simbologia politica e identitaria che ben poche volte si è tradotta in prassi istituzionale.
La traiettoria seguita dal Trentino – grazie a importanti intuizioni politiche – è stata profondamente differente e orientata all’ampliamento della nostra autonomia. Tale traiettoria sarà ulteriormente supportata dalle previsioni della riforma costituzionale sottoposta a referendum, in quanto si riconosce anche alle Regioni e Province autonome la possibilità di acquisire nuove e ulteriori competenze attraverso la procedura «veloce» prevista dal nuovo articolo 116.
Grazie a una clausola di salvaguardia, le novità che la riforma costituzionale introduce per le Regioni ordinarie non si applicheranno alle Regioni a Statuto speciale e alle Province autonome. Queste sono chiamate alla revisione dei propri Statuti di autonomia attraverso una procedura di «intesa» con lo Stato, nell’ambito della quale sarà possibile ampliare il ventaglio delle competenze e delle funzioni dirette.
La previsione del cosiddetto «istituto dell’intesa» è di grande importanza, da un lato perché lo Stato non potrà più mettere mano unilateralmente alla nostra Carta fondamentale – come è invece possibile oggi – dall’altro perché, come sottolinea il senatore Palermo, «il significato ultimo e più profondo della specialità va individuato proprio nella cooperazione paritetica tra la Regione e lo Stato nella gestione della dinamica autonomista».
Il processo di revisione statutaria, già avviato con l’istituzione della Consulta per la riforma dello Statuto, è la chiave per progettare il futuro della nostra terra, chiamata – come sostiene il professor Woelk, che della Consulta è il vicepresidente – non già a «una strategia di mera difesa che ridurrebbe gli spazi delle autonomie speciali», ma a sfruttare il processo di revisione statutaria per «mettere in evidenza il loro potenziale in termini di capacità ed efficienza politica e amministrativa», agendo con una «logica sostanzialmente federale».
Il combinato della riforma costituzionale e del processo di revisione statutaria costituisce una grande occasione di sviluppo e ampliamento della nostra specialità; uno sviluppo che dipenderà non solo da ragioni storiche e identitarie, ma anche e soprattutto dalla capacità culturale, politica, economica e amministrativa di agire in un’ottica laboratoriale e di rappresentare un esempio positivo di autogoverno per l’Italia e per l’Europa. Per il Trentino è un’occasione unica, che non possiamo e non dobbiamo perdere; un’occasione che solo il Sì al referendum del 4 dicembre può rendere possibile e praticabile.